Testimonianza di Edoardo

[Primo approccio: due uomini seduti sotto un lampione, ho voglia di conoscere la loro storia. Affetto dagli uomini abbattuti, alberi di cinquant’anni stesi al suolo; le radici sono state divelte. Mi avvicino con la macchinetta fotografica, uno dei due mi parla, non sa l’inglese, neanche io, ma questo non sa farsi capire, crede forse io sia un giornalista? L’altro guarda per terra. Il primo se ne va, mi chiede di aspettare, corre alla fila della zuppa chiamando Abdullah]

«Stiamo per conto nostro, qui. Non ci preoccupiamo molto degli altri». I Balcani ci accolgono così. Smederevo, tre e un quarto del pomeriggio, 21 marzo 2016, Serbia.
Per il posto tenda sono un euro a testa per notte. Per il caffè sono due.
La nicchia ecologica delle betulle è il limite esterno delle foreste. Lì hanno competitività.

Un uomo di cinquant’anni, seduto sotto un lampione con suo fratello che parla, si muove, si alza e si siede ancora. Uno specchio che non specula. Mangia un’arancia, il fratello vede la mia macchinetta fotografica, sorride, posso scattare una foto? Sì, sì, ma non se ne fa niente, corre a chiamare suo nipote, sa l’inglese.
«Abdullah! Abdullah!».
Ci si perde, ci si ritrova.
«E lei da dove viene?»
Borbotta, no, non so l’inglese, è inutile.
«Dalla Siria?» «Sì, sì, dalla Siria».
Mio nipote sa l’inglese, va bene, un attimo, aspettate, arrivederci, grazie, grazie, no, solo un momento, torno subito. Il taccuino, la matita, annotare, osservare, non perdersi, non farsi trasportare. Un occhio sui baffi del padre, una mano che scrive, un occhio sulle ciabatte del figlio, una matita che si sbriciola segnando il tempo.
«Da quale città?», «Come siamo venuti qui?, «No, no, da quale città, da quale città venite?» «Aleppo».
«Siamo partiti dalla Siria con la macchina di mio padre, siamo arrivati fino in Turchia, prima che si rompesse, poi il treno, e qui ci siamo bloccati».
Abdullah sorride, sorride amaro, lo zio ciondola, il padre guarda per terra, c’è caldo, è vestito a festa, ma senza giacca, c’è caldo, sta in piedi, dà la faccia al sole, guarda per terra.
«Mio padre ha cinque figli».
«Com’è la vita qui?», un altro sorriso, nessun rimprovero, ma urgenza di parlare, di essere raccontati, sì, fammi pure una foto, sei della televisione? Un giornalista? Ah, no, peccato.
«È difficile qui, non c’è elettricità, non c’è acqua, nelle tende, sotto la pioggia».
«Avevamo tutto in Siria, e ora siamo qui».
«La vostra casa?», «Bombe… Russi», sì, anche russi, anche Putin.
Il padre parla, traduci questo Abdullah, fa segno con le mani: i cacciabombardieri, bum, bum, bum.

[Continua a parlare, ma Abdullah inizia a tradurre, chi ascoltare?, su di chi soffermarsi? Il padre continua a parlare, s’interrompe, parla più lentamente, distolgo lo sguardo, me ne dispiaccio, che disgrazia aver fatto crollare quella torre con quella bella vista sull’Eufrate e sul cielo]

«al-Assad è il problema principale, non vuole scendere dal trono». Non vuole scendere dalla sedia. Lo ripetono più volte, usando come tramite la bocca del figlio. Non vuole lasciare la poltrona.
«Da quarant’anni sono al potere, prima Hafiz al-Assad, ora Bassar».
«Bombardano, non importa se donne o bambini… Distruggono ogni casa».
«Anche quelli col…» quelli col velo sul viso, ci fa segno, con il velo nero che copre tutto tranne che gli occhi.
«Italiani? Mi piacerebbe essere accolto in Italia, o in Svezia. Ma se la guerra finisse, torneremmo subito in Siria», come se volessero tranquillizzarci.
«Come sono i confini?», Turchia, Unione Europea, accordi, denaro.

[Lo zio borbotta, si muove, e infine guarda il cielo e con le mani si affida ad Allah. Si scuote, si agita, chiede di tradurre questo o quello al nipote, attira la nostra attenzione, cammina, gesticola, descrive le bombe, le case che esplodono e infine si affida, guardando al cielo, nella mani di Allah.
Il padre si sposta, non sopporta più il sole negli occhi, si fa più partecipe, parla di più, chiede di noi]

«E voi studiate? Università?», sì. Un altro sorriso amaro.
Vivono in una stazione di rifornimento, fuori dai paesi, sul confine.

[Le betulle si sono trovate la loro nicchia ecologica a seguito di una competizione per la vita dentro la foresta, oppure se la sono guadagnata casualmente? Sono state respinte dalla foresta e da essa sono state spinte fuori, oppure si sono trovate immediatamente lì, immediatamente competitive?]

Allah yahmiki ya Suriya.

[Dio ti protegga, o Siria, o chi per lui]

Edoardo