Alice e Marco da Eko

EKO. È il nome di una nazione senza frontiere. Ne isso la bandiera attorno al cuore.
Il tetto di questa nazione è quello di una stazione di servizio di carburante. Le case sono tende poco resistenti ma dentro le quali sono stata invitata sempre, per un pezzo di pane, un pò di formaggio, una zuppa, un’arancia. A Eko si parlano mille lingue ma anche nessuna. La lingua araba dei siriani e quella dei curdi che ridono orgogliosi di essere “speciali”. Lo spagnolo, l’inglese e l’italiano dei volontari, che cercano di capirsi, che si capiscono. E poi la lingua delle facce, dei gesti, degli abbracci e dei baci, dei silenzi.
A Eko i bambini ridono e giocano. “My friend”, chiamano. I ragazzi hanno più cicatrici nell’animo, ma sempre resistono. Le madri partoriscono e inventano le vite. I padri si chiedono come fare.
Ho salutato, stretto forte e pianto tutta la gioia del mondo – e la rabbia. Ho preso un aereo, ho superato i confini dal cielo e sono a casa adesso.
Ma da Eko non torno più. Io sono con loro.