La storia di Nicola

Sono qui da due giorni ma sembra essere passata una settimana, e stasera ho vissuto l’esperienza più forte: andare al campo profughi di notte a distribuire il necessario per donne e bambini tenda per tenda.
Fare questo tipo di distribuzione di giorno rischia di causare ressa e disordini, la gente è disperata, quindi questo è il modo più sicuro di operare…e per quanto triste bisogna assicurarsi di consegnare un pacchetto solo per bambino, qualcuno imbroglia pur di avere qualcosa in più…
Arriviamo al campo e dopo un rapido briefing iniziamo a girare a coppie per le tende, come spesso capita ci siamo trovati un aiutante siriano, Mohamed, che con qualche parola di inglese riesce a capirci e darci una mano a comunicare con queste persone.
Irrompere nell’ultimo sprazzo di vita privata rimasto a queste persone non è facile, la vergogna che provano per la loro stessa condizione è evidente e solo esserne testimone mi fa sentire a disagio, ma accettano gli aiuti con sorrisi e ringraziamenti. Io faccio coppia con Mohamed che si è immedesimato bene nel suo ruolo di collaborante/traduttore ma c’è tanto lavoro da fare e anch’io devo entrare in una di quelle tende. Mi capita una di quelle grandi dell’UNCHR e appena dentro mi trovo all’inferno, come se fossi in un girone dantesco, con quelle punizioni grottesche, troppo brutte per essere realistiche. Non ho mai sentito un odore del genere: un misto di piscio, sudore stantio, plastica bruciata, odore di chiuso e muffa. Per terra, come in tutto il resto del campo, una poltiglia fangosa (e fredda) sembra cercare di risucchiare le mie scarpe; lungo i lati del tendone hanno montato delle tende più piccole per tenere i bambini al caldo, inutile dire che sono sforzi inutili, ha piovuto per settimane e non c’è nulla di asciutto, questo fango si infila ovunque.
E in questo ambiente le persone, i profughi si ammassano coprendosi con le poche coperte o indumenti che hanno. Non riesco a capire quanti sono, i corpi si mescolano uno con l’altro mentre qualcuno si sveglia chiedendo “water”. Mohamed è nella tenda accanto che parla con qualcuno e mi sento solo per la prima volta da quando sono qui. Ho con me una cassa di bottiglie d’acqua ma i volontari mi hanno specificato che sono esclusivamente per i bambini, che hanno bisogno di acqua buona e cibo adatto a loro. Vorrei lasciare li tutta la cassetta e andarmene ma non sarebbe giusto, sono ancora a metà del mio giro e sappiamo di non avere scorte a sufficienza per finirlo.
In quel momento non mi sento più me stesso, è come se fossi diventato uno di loro, sdraiato nel fango ad aspettare un altro giorno ma sapendo che domani sarà lo stesso: bagnato, poco cibo, confini chiusi, nessuna prospettiva per il futuro e nessun posto dove stare se non quel buco nel fango.
Una ragazza mi parla in una lingua che non conosco e torno in me stesso, cerco di capire quanti bambini ci sono, lascio qualche bottiglia in più, borbotto “laylata saeida”, che dovrebbe voler dire buonanotte, ed esco.
Faccio un respiro profondo, qui l’aria sa solo da plastica bruciata, la gente la brucia perché dura più della legna, che comunque è poca.
Mi prendo un attimo per pensare, nessuno si merita di vivere così.. vorrei piangere ma non ci riesco, per fortuna perché mi mancano ancora due infinite file di tende.

A fine serata una volontaria tedesca si avvicina per chiedermi una sigaretta, devo avere un’espressione sconvolta perché mi chiede: “prima volta qui?” lei è stata al campo sull’isola di Lesbo per due mesi ma rientrata a casa ha deciso di venire qui a dare una mano.
“quello che succede qui è terribile, non ci sono parole… A volte vorresti piangere, picchiare qualcuno o semplicemente urlare il tuo dolore ma non puoi, quindi fai il possibile per dare una mano e speri che un giorno la situazione si risolva. E quando torni a casa non ti abitui più”

Nicola