L’Eko di Marco

Ultimo giorno qui a Eko camp, ultimo giorno in Grecia.
Mi sento scarico. La stanchezza e i primi segni di cedimento si fanno sentire.
Sono qui, seduto all’ombra. A sinistra i ragazzi di overthefortress.
Che forti, hanno montato una antenna per trasmettere in radio interviste, esperienze, storie, canzoni.
Poco più lontano un bambino di sei anni che gira nudo e a piedi scalzi piangendo.
Di fronte i ragazzi di eko kitchen che distribuiscono la shorba e del pane.
I bimbi corrono a prendere il loro piatto, lo portano nella haima e si rimettono in coda.
A destra un bambino con l’armonica ed un altro che urla. Che confusione!
Ripenso a Josef, quando questa mattina avendo saputo della nostra partenza non ci ha più visto. Mi fissava come per dire:”Perché ci abbandonate anche voi?”.
Prende forza e mi dice che tutti stanno partendo. Si tocca il cuore e mi dice “Hospital”, si indica con l’ indice il petto, si tocca la testa, mi guarda “crazy”.
Ripenso al topo steso a terra vicino ad una tenda.
Ripenso alle docce, uno dei pochi piaceri per i rifugiati; peccato non funzionino.
Ripenso ad una bambina di sette anni che mi ha mostrato due suoi disegni.
Il primo: il barcone che li ha portati dalla Turchia alla Grecia. Il secondo: il bus che li ha portati qui e eko.
Niente case dal tetto triangolare, niente sole con i raggi, niente erba verde.
Un barcone ,un autobus, dei militari.
Ma se fosse successo a noi? Ma se ci fosse successo di essere dimenticati dal mondo? Come avremmo reagito?
Un bambino mi ha visto seduto, mi ha chiesto se volevo della shorba. Gli ho detto no, sono apposto! Me l’ ha portato lo stesso.
Una bambina si appena vicinata. Mi ha dato una caramella. Mi ha sorriso. Mi ha dato un bacio. Mi ha accarezzato la barba. Mi ha salutato.
Mi chiedo come farò domani a partire, come farò ad abbandonarli di nuovo.
Non lo so.