Edoardo a Eko Camp

19 aprile 2016

A Eko camp i ragazzi si mettono in posa. Vogliono un ritratto, si inorgogliscono all’idea che qualcuno svilupperà la loro fotografia, il loro primo piano e, forse, lo mostrerà ad altri.

Dopo qualche tempo dal nostro primo incontro, chiedo lui il suo nome: «Kalad». Estraggo il taccuino, la matita, voglio ricordarmi di Kalad. Vede il mio annotare e fa come per fermarmi, ride, dice qualcos’altro, il suo vero nome? È lungo e articolato, non riesco ad afferrarlo. Svanisce. Ricomincia la nostra lotta, la nostra disputa a furia di “my friend”, afferrare di calze, prendere di cappellini, trascinamenti coatti, solletico, furto di scarpe e ancora di fiori – sbocciati o meno –, di kiwi maturi, di foglia rossa secca di una qualsiasi tipologia di acero giapponese e di origami, un origami cigno, anch’esso rosso.
Alcuni, durante la giornata, chiedono lui, ancora, il nome. E la risposta è sempre: «Kalad». Ma l’aria è incerta, a voce bassa, come se provasse ad aspettare la reazione dell’altro, ad aspettare di vedere compiuta o meno la sua prova, il suo sviamento, come se provasse a rimanere indecidibile, a non farsi riconoscere, a tenere, sempre, una via di fuga. Così, ancora oggi, mi interrogo sul vero nome di Kalad dalla maglietta rosa.

Ritrovo il padre di Abdullah, e suo zio. Il primo mi riconosce, il secondo mi chiede una sigaretta. Son seduti poco distante da dove li avevo lasciati l’ultima volta, a marzo.
– No, non ho una sigaretta, ma ricorda, qualche settimana fa?, ci siamo già conosciuti.
– Sì, sì.
E poi, a gesti:
– Non importa per la sigaretta. E a suo fratello – smettila di importunarlo, sta andando a giocare con i bambini.

Ritrovo Abdullah, non il figlio del 22 marzo, un altro Abdullah. Almeno credo: questo non parla inglese, ma il viso, i denti, i corti capelli neri, la statura, tutto ricorda l’Abdullah del primo giorno dopo lo scoppio della primavera. Ma questi riconoscimenti sono successivi, allora pensavo solo a prendere un palloncino, riempirlo di carta, sigillarlo, scriverci sopra “Abdullah”, iniziare a giocare, coinvolgere altri e ridere e fotografare. Fino allo sfinimento. Fino alla mia partenza, fino ai “good bye, my friend” e ai “I have to go, my friend”.
Fino al dispiacere negli occhi e alla testardaggine del suo sorriso che non voleva crederci, che non voleva serrarsi.
Fino ai “no go, my friend”, “no, no good bye, my friend”.

Edoardo