Idomeni Giorno 1: Jacopo

#Idomeni, 1° giorno, pomeriggio.

Nei minuti che precedono la partenza incontriamo degli spagnoli, stanno scrivendo con lo spray su degli striscioni che volevano portare a Idomeni. tradotta in varie lingue c’è la frase “Those who plant$ seeds of war, harvest refugees” Gli proponiamo di scrivere anche in italiano: “Chi pianta $emi di guerra, raccoglie rifugiati”.
Partiamo alla volta di Idomeni per distribuire il cibo, poche semplici regole: trovatevi un compagno (buddy) e controllatevi a vicenda, se ci dovessero essere problemi chiudete la tenda da dove viene il cibo, chi non distribuisce può intrattenere conversazioni con i profughi, la nostra sicurezza è la cosa più importante.

Saliamo in macchina, una ragazza è senza posto, le chiedo se vuole salire anche se siamo già in cinque, non è un problema qui, questione di priorità. Scopriamo che è un medico volontario, viene dalla Florida, si chiama April. Laureata, decide di prendersi sei mesi di tempo qui nei Balcani prima di riprendere gli studi. Sul ponte che porta a Idomeni le macchine davanti a noi deviano dentro ad una stradina non asfaltata e stretta in mezzo ai campi che circondano la tendopoli. Ci fermiamo, ci sono problemi. Vediamo gli elicotteri, file di perone che escono da Idomeni. Ci dicono che c’è stata una sorta di rivolta, che qualcuno si è cosparso di benzina e minaccia di darsi fuoco, alcuni hanno iniziato lo sciopero della fame e alcuni picchiano donne e bambini perché neppure loro mangino. Barry ci comunica che alla luce dei fatti non è possibile distribuire cibo a Idomeni, ci sono altri campi allestiti nei benzinai dei dintorni. April però deve raggiungere i suoi colleghi, dobbiamo portala li. Ci avviciniamo con cautela, molte persone sono per strada e si stanno allontanando, la polizia ci ferma, non possiamo avvicinarci oltre. “Abbiamo un medico a bordo”.
Parcheggiamo, l’accompagniamo a piedi io, Nicola e Martina. “Five minutes my friend” mi dice lo sbirro. C’è tensione nell’aria, April raggiunge l’auto medica, scompare dentro i suoi indaffarati colleghi. Proviamo ad avvicinarci al muro di filo spinato, vediamo persone che s’affollano davanti al cancello e altri che accorrono. Qualche scatto rapido, raggiungiamo Edoardo e Giulio, rimasti alla macchina, diamo un pallone ad un bambino e del cibo ad un padre con moglie e figlio che si stava allontanando: non andrebbe fatto in modo così autonomo, non importa.

Raggiungiamo Barry e gli altri all’Eko Camp, un campo attorno ad una Petrol Station, allestiamo il gazebo e un tavolo con dei bancali, Barry chiede chi vuole distribuire del cibo, alziamo le mani io e Martina. Ci spiegano in fretta le regole: c’è una fila, non possiamo dare oltre alla dose stabilita e dobbiamo comporre un bicchiere con zuppa di lenticchie, cucchiaio, una fetta di limone dentro e una fetta di pane a mo’ di cialda. Iniziamo con un pentola da 60 litri. Ritmo frenetico, non riesco a dividere i cucchiai con i guanti in lattice neri da tatuatore e pieni di zuppa. Martina è con me, lei infila i limoni nei bicchieri, c’è caldo, lo spazio è stretto, non c’è tempo per guardare in faccia le persone a cui arriva il rancio, andiamo avanti fino alla fine della prima pentola. Iniziamo la seconda, chiedo il cambio ad un’altra ragazza, vado dall’altra parte del tavolo. Accanto a me c’è una bambina siriana, arruolata sul campo come volontaria, si chiama Fatima, ha 12 anni. E’ il tramite tra noi e la coda di persone, chiede loro se preferiscono zuppa o solamente pane e limone, il nostro codice è: “shorba” o “no shorba”. La mia era la fila donne e bambini. L’altra, di maschi adulti. Vedo madri con più figli, sorelle con fratelli in braccio, ragazze bellissime da pelle olivastra e occhi smeraldo, penso alla così lontana Persia e al viaggio che hanno fatto.
– shorba, no shorba, shorba, no shorba. C’è chi chiede più del dovuto, dire di no è difficilissimo, fa male. Altre volontarie mi dicono che posso fare delle eccezioni: donne incinte e anziane. Finiamo dopo poco, c’è chi ha fatto più giri di fila, dobbiamo farla rispettare, altrimenti è il caos. Fatima è contenta, ha due anni in più di mia sorella, dovrà tornare a dormire in tenda senza sapere quando e se un giorno potrà finalmente trovare un posto dove vivere decentemente.
Sbaracchiamo, ci dirigiamo verso Idomeni, Barry ci dice che ci stanno andando già altri volontari, non c’è più bisogno di noi, per ora. Ritorniamo al Park Hotel che si è ripopolato, ci sono già facce nuove.

Attendiamo il briefing delle 20.00 per avere altri aggiornamenti.

Jacopo

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