Idomeni Giorno 3: Jacopo

#Idomeni, 3 giorno, mattina.

Mi sveglio e mi casca il mondo addosso. La tenda collassa sotto le sferzate di vento che costringono a piegarsi ogni cosa o persona, ma le persone che popolano questi luoghi sono di tutt’altra pasta. Io e Nicola, come al solito in ritardo, usciamo cercando la via migliore per districarci da questa giungla di tela bianca.
Ci ritroviamo per colazione, gli animi si sono ripresi da ciò che abbiamo visto ieri sera, non c’è tempo per soffermarci a parlarne o a scriverne, forse il ricordo fa ancora troppo male per poter avere una dimensione che non sia ancora quella interiore. Barry ci informa che oggi andremo a foraggiare i migranti di Idomeni. Partenza 12.30 am. Nel mentre sono arrivate altre scatole nel magazzino, ci spostiamo li a chiedere se c’è bisogno di dare una mano. Due ragazze americane chiedono a Nicola di aiutarle, Edoardo lo segue. Io, Giulio e Martina ci avviciniamo a Barry che sta ultimando assieme al suo Banana Team gli ultimi preparativi per la partenza, tiene il consueto meeting in cui spiega le regole e modalità di consegna e preparazione dei bicchieri con la zuppa di Luke. Il vento non dà segni di cedimento, il vento non cede mai, ti porta al limite, lo farà per tutto il giorno. Quantomeno non piove, per ora. Partiamo, sale con noi Leonard, un ragazzo tedesco che è sceso fin qui in bus, 32 ore consecutive.
-Ma non costava meno l’aereo fino a Skopije? Sarebbe stato anche più rapido – gli chiedo. – I’m an enviromentalist-. Inquina meno. Sticazzi. Ebbravo Leonard!

Arriviamo, è la prima volta che vivo Idomeni di giorno. Una tendopoli piena di vita. L’odore di plastica bruciata inquina l’aria. Attraversiamo la ferrovia. Dal lato del confine alcuni poliziotti stanziali in completo antisommossa, sembrano tranquilli. Dall’altro dei rifugiati stanziali con cartelli, sembrano non poterne più. Staranno li per tutto il giorno, fronte contro fronte, senza particolari movimenti, si danno il cambio, da entrambe le parti, ma resistono, anche i bambini. Scudo contro cartone, istituzione contro persone. Europa contro richiesta d’aiuto. Chi cederà per primo? Chi ha più da perdere, penso. La guerra di posizione miete troppe vittime, doveva averlo imparato l’Europa la prima volta, così la seconda si è inventata i campi di concentramento. Ma non impariamo mai? Onu, dichiarazione dei diritti dell’uomo dove sono? Le solite parole al vento, il solito colpo di spugna alla coscienza. La gente ha la memoria troppo corta, la perde davanti agli show di Gerry Scotti prima del telegiornale, così poi quando arriva il Tg fanno in tempo a puntare il dito, o a dare adito ai blatericci di chi punta il dito a sua volta.
Imbastiamo il tavolo con i bancali, comincia la frenetica consegna di cibo. A Luke dovrebbero fare una statua, lui nemmeno c’è, probabilmente sarà in cambusa senza maglietta a ricominciare tutto daccapo. Con i jeans dello stesso colore della zuppa, e probabilmente anche il sapore. Per ora non c’è bisogno di me, vado con Martina verso i binari, ho visto che vendono sigarette. Facciamo qualche foto. Con discrezione, se possibile. Arriviamo ai binari, alle spalle dei poliziotti vedo gli striscioni che sono stati preparati dagli spagnoli l’altro giorno appesi alle reti con il filo spinato. Alcuni sono caduti. Mi avvicino al poliziotto, chiedo se posso andare a sistemare, acconsente.
Il vento spazza e sradica tutto. Non guarda cosa è buono o cattivo, non ha criterio di giustizia. Allora tocca perseverare perché rimanga ciò che è buono. Se solo potesse sradicare questo di filo spinato. Allora devi fotterlo, il vento. Utilizzo il filo spinato per ricomporre la fila di striscioni, li buco con quello. Ago per ago, ogni 3 centimetri, li appendo ancora una volta. Penso a ciò che potrebbe succedere se la mia pelle dovesse finirci sopra. Ma quanto siamo bravi a trovare strumenti di morte così efficaci? Penso alla corsa agli armamenti degli anni della guerra fredda, abbiamo inventato un’arma che potrebbe ucciderci tutti. Ma ha senso? Invece di cercare la via per stare tutti meglio, preferiamo investire tempo, energia e denaro in questo. E poi ci asserragliamo dietro ai confini nazionali, in difesa della patria, pronti a minacciarci l’un l’altro con la nostra nuova flotta di aerei bella fresca di fabbrica. Finisco, mi avvicino al poliziotto, chiedo qualche informazione. -No information there- mi dice. Ok, va bene però -I know that’s not your job, but if the banner will get out, could you put it back?- Sorride.
Si avvicina a me un ragazzo, forse ha la mia età. Si chiama Samih, è con altri tre amici. Mi chiede perché non aprano i confini. Scherza? Lui non può sapere la risposta. Se passi mezzo secolo a spacciarti come baluardo del benessere e della libertà dietro alle tue finte democrazie, effettivamente la sua domanda può apparire molto più legittima, forse. O forse no. Perché non ha un cazzo di senso. Penso all’immagine dell’Europa che può avere chi ha sempre vissuto fuori da essa. Mi chiede perché la gente non li vuole, provo ad utilizzare le riflessioni che mi aveva suscitato Manar ieri.
-Pacefully- gli ricordo, in ogni cosa, ce n’è già abbastanza in giro di violenza. E poi gli dico, provate ad interrogare l’Europa, provate a chiederle chi ha venduto le armi che hanno scatenato la guerra da cui fuggite. Chiedetele qual è la differenza tra le armi che vi attaccano e quelle chi difendono. Chiedetele di prendersi le responsabilità di ciò che scatena. Dovete smuovere le coscienze, dovete far vacillare chi vi accusa di venire qua a invadere. -Non abbiamo tempo, non sono fuggito per fermarmi qua- mi dice -It’s your job-. Sono stato scambiato ancora per un giornalista? forse si, ma mi piace pensare di no. Ritorno con Martina al punto di consegna cibo. Chiedo il cambio ad una signora che altri volontari mi dicono stia rallentando il processo. Le chiedo, le dico che sono al primo giorno e che, se le va, verrei volentieri al suo posto. E via, si comincia: cup-shorba-spoon-lemon-bread, cup-shorba-spoon-lemon-bread. A fine giornata Barry parla di 4000 persone.
Luke ci ha mandato altre due pentole da 60 litri, è il mio mito. Non parla molto quando cucina. Ieri l’ho abbandonato durante la manifestazione. Giulio anche lui è al servizio, mette le porzioni nei bicchieri, non sa nulla d’inglese ma non ha problemi a farsi capire. Con il suo carisma diffonde il riso tra tutti i volontari all’opera. Un nuovo volontario mi chiede il cambio, mi faccio dare un bicchiere, sono le 4, non mangio da mattina. Mi siedo stremato per terra appoggiato sulla ruota della jeep di Barry. Mi si avvicina Martina, anche lei non mangia dalla mattina. Attorno al posto di consegna ci sono un sacco di bambini, voglio giocare con loro. Mi avvicino, mi chiedono di usare la macchinetta fotografica, conosco Prjin, mi ricorda molto Fatima, le dò la mia macchinetta automatica, comincia a scattare verso ogni dove. Allora la fotografo con la mia vecchia canon A-1 a rullino ereditata da mio padre e rimessa in sesta da poco. È felice, allora si avvicina Vian, non è bella come Prjin, e a differenza di Prjin non è siriana. Mi chiede di portare il mio zaino, glielo dò, le aggancio tutte le stringhe. Si sente così importante, mi segue ovunque, è silenziosa. Prjin diventa una volontaria arruolata sul campo e si mette a dare da mangiare anche lei. E’ orgogliosa di portare i guanti in lattice almeno quanto lo è Vian di portare il mio zaino. Affido la macchinetta a Vian, che diventa l’oggetto di invidia degli altri bambini più piccoli di lei. Allora cerco di distrarli, mi metto a giocare con loro. La cosa che amano di più è essere presi in braccio per poi farsi roteare in aria. Poi il solletico, le rincorse. Vengono lì, mi tirano un colpo e scappano, devo inseguirli, vogliono farsi prendere, sanno che gli arriverà un altro giro di solletico.
Amano essere lanciati e poi ripresi. Li guardo negli occhi mentre li faccio roteare, ridono, sono così felici. Ma non credo siano i più felici in quel momento. In quel momento il più felice del mondo sono io. Ridono, urlano, mi cercano, con me altri volontari si mettono a giocare, mi metto con Leonard a farne girare un altro paio. Sono stanchissimo, ma loro non la smettono mai di venire li a chiedermi un altro giro di giostra, con che cuore gli dico di no? E via, un altro, allora devo farli tutti. Ridono come pazzi mentre vedono il mondo a testa in giù grazie a quest’omone barbuto e sporco. Non sanno che lui è più contento di loro. Non lo sapranno mai. Per fortuna non mi ringraziano, perché non saprei come fare a fargli capire che sono io a dover ringraziare loro.

Jacopo

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