Martina 24.03.16

#idomeni. 24.03.16.

Era giovedì, il primo dopo l’inizio della primavera.

Era Grecia, ma anche un po’ Macedonia.
Era un campo, ma non cresceva più niente.

Erano 5 persone, diverse e simili tra loro.
Erano migliaia di persone, diverse e simili tra loro.

C’era il sole, ma non sorrideva.
C’era il vento, ed ululava.

C’erano bisogni e aiuti, aiuti pochi bisogni troppi.

C’erano E e N, nel magazzino
C’erano J, G e M, nel campo

Io sono M, Martina. Quel giovedì ero al campo.

-Oltre le rotaie, in mezzo al campo. Distribuzione cibo. 13:30

Fotografo le tende, sembrano meduse. Il vento le fa gonfiare e sgonfiare, sembra stiano cercando di nuotare, ma non riescono, sono incatenate a terra. Jacopo mi chiama, mi volto. Mi da in mano delle cose, mi dice di tenerle, le metto nello zaino. Lo vedo arrampicarsi su una macchina, ormai è routine. Lui e Giulio danno una mano a tirare giù i pallet dal tetto della macchina nera di Barry, serviranno per creare un tavolo. Iniziano ad arrivare persone. Si forma una fila dritta dietro il bagagliaio della macchina nera. Tutti i volontari sono indaffarati nel preparare velocemente la postazione. Mi sento d’intralcio. Non saprei come muovermi. Il sole si fa più luminoso, ma il vento non cessa, anzi, aumenta.

Cammino, cambio direzione. La cambio di nuovo.

Incontro un’altra fila di persone, come quella dietro la macchina nera. Vestiti? Cibo? Pannolini? Mi avvicino: cibo. Pane e zuppa di fagioli in un piatto di plastica. Mi guardo attorno. Qui funziona così: si fa la coda, si prende la propria porzione, si mangia per terra nel primo spazio libero, si rifà la coda, si riprende la propria porzione, si rimangia per terra nel primo spazio libero, si rifà la coda. Inizio a sentire gli occhi umidi, la vista si appanna. È strano, ho già visto questo ciclo di avvenimenti, ma oggi c’è qualcosa, forse è il vento, non lascia tregua.

Mi giro. Mi muovo. Cambio direzione.

Cammino verso la macchina nera. Oltrepasso la fila di persone appena osservata. La voglio vedere da un’altra prospettiva. Fotografo tutte le teste ordinatamente in fila, una dietro l’altra. Il vento è impietoso. Al lato della strada c’è un bambino, cinque, sei anni? non lo so. È da solo e indossa una giacca rossa. Sorride. Ha appena preso la sua porzione di cibo, si accuccia. Lo fotografo, lo guardo, gli voglio bene. Appoggia per terra il piatto di zuppa, tiene un pezzo di pane in bocca ed un altro lo cerca di spezzare con le mani. Vorrà intingerlo nella zuppa, penso io. Il piatto di plastica con la zuppa è per terra. Il vento è impietoso. Il piatto di plastica con la zuppa vola via, il sorriso pure. Il vento è impietoso. Guardo il bambino. Mi si appanna ancora la vista. Vedo sfocato. Sento le lacrime salate arrivarmi alla bocca. Mi giro. Piango.

Martina

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