Testimonianza di Jacopo

“Questa volta sarà diverso”. Me l’aveva detto Sara prima di partire, e lei non è nemmeno venuta.

Aveva ragione, e non era una previsione difficile: l’esercito aveva fatto un’esercitazionevicino al campo il giorno prima, alcuni volontari come noi nella settimana precedente erano stati arrestati dalla polizia e portati in caserma per essere spogliati e perquisiti con pretesti fino ad allora mai usati prima.

Ci aspettavamo di non riuscire a fare nulla. Per questioni di sicurezza, ovviamente.

Il secondo viaggio è cominciato all’insegna della precauzione. Rispetto per i limiti di velocità, niente walkie talkie, mezzi completamente svuotati da tutto ciò che potesse essere usato per portarci in caserma – niente bottiglie di vetro vuote, niente coltellini svizzeri o forbici. Ma per quanto ci impegnassimo, lo sapevamo, se le autorità si erano messe in testa di intralciare l’azione dei volontari, c’era poco da fare, un pretesto lo avrebbero trovato. Ma se cambiano le regole del gioco, non vuol dire che si debba smettere di giocare. Non siamo criminali, siamo qui per aiutare. Quello che mi divora la pazienza è il fatto che a Idomeni, dove le responsabilità e le inosservanze di un’intera unione di stati gravano sulle spalle di migliaia di persone, gli unici a cui venga ferreamente imposta l’osservanza delle leggi siano i volontari che operano al campo. Ma chi opera nel giusto, deve operare nella giustizia?

Idomeni è una contraddizione. Formalmente è un campo dove sono accampate circa diecimila persone. Quasi fossero turisti. L’azione delle ONG presenti (MSF, UNHCR, Praxis, Save the Children, Medecins du Monde) è ben distante dal coprire le necessità primarie di questo villaggio improvvisato. L’enorme esigenza di cibo, acqua potabile, assistenza legale, riparo, asilo, educazione e gioco viene affrontata da gruppi di volontari autonomi e indipendenti.

Alcuni con qualche associazione alle spalle certo, ma semisconosciute, mai viste sulle magliette dei calciatori o in tv. Magari sono in piedi da poco, magari altre stanno ancora nascendo, però intanto sono qui: interamente sostenute da donazioni private, aiutate dai loro concittadini.

Quando il mio professore di filosofia mi diceva che le contraddizioni sono il sale della vita io non capivo. Pensavo che le cose dovessero avere un solo modo per esistere, che non potessero essere allo stesso tempo bianche e nere, vere e finte, giuste ed ingiuste. Poi ho capito, qui, tra bisogno e aiuto, che il sale della vita a volte può essere amaro e dolce allo stesso tempo.

Per la prima volta ho visto questo gruppo, ‘One Bridge To Idomeni’, mettere in piedi qualcosa di suo. Ho visto dare un’impronta originale all’aiuto che sta portando. Ho visto noi stessi, noi ragazzi, dare realtà ad un progetto che abbiamo cercato, voluto ed inseguito. Per tremila chilometri. Per ben due volte.

Il Centro Culturale di Idomeni è poco più di un tendone con uno spazio aperto e all’ombra sul retro, tutto delimitato da una staccionata di legno e misero filo di ferro. Delimitato ma aperto, sia chiaro, non come l’altro recinto, quello più grande. Nel Centro Culturale di Idomeni si insegnano l’inglese, la matematica, l’arabo, il curdo e le scienze. Ma quando di andare a scuola la voglia proprio non c’è, occorre intrattenere i bambini che non vogliono partecipare alle lezioni. Così ci siamo proposti di intrattenerli noi, questi vulcani con troppa energia per stare seduti a scrivere. Ci si prova; se è quello che in questo momento manca in quest’angolo di campo, vale la pena tentare.

Tre botteghe: braccialetti, collane e palline da giocoleria. Filo, perline, palloncini. Sembra facile, ma loro sono in trenta e non stanno fermi. Sembra noioso, ma loro non hanno niente. Sembra inutile, ma loro ridono. Dov’è Edoardo? E’ accerchiato quanto me. E gli altri? Pure. Per nostra fortuna c’è Jenny, che con i bambini ha trovato una lingua che solo loro possono capire. Vorrei averlo anche io quel dizionario.

A fine giornata ci chiedono quando ritorneremo, presto spero. Lo sperano anche loro.

Rientriamo al tramonto, passando sullo stesso ponte in cui la mattina la polizia ci ha controllato i documenti e chiesto cosa andavamo a fare nel campo. Non hanno un checkpoint per chi se ne sta andando, quello che ti porti via quando esci da Idomeni non rientra nella lista dei bagagli che ti possono togliere la libertà. Forse lo sanno.

Il giorno dopo andiamo a Eko Camp, rifacciamo la stessa cosa, dentro un asilo molto simile. Questa volta però siamo collaudati, il risultato è lo stesso: bambini felici e cooperanti che ci chiedono quando torneremo. Ma allora vuol dire che forse funziona?

Questa volta è stato diverso. Questa volta non abbiamo “solo” aiutato, questa volta ce ne siamo andati con la promessa di ritornare a riportare un braccialetto. Forse abbiamo coperto un minuscolo buco all’interno di quella voragine di aiuto che Idomeni necessita? Non lo so, ma se lo abbiamo fatto è stato con un palloncino colorato.

Secondo i greci antichi, Kairos era il dio del “momento passeggero”, di “un’opportunità favorevole che opponeva il fato all’uomo”. Kairos veniva raffigurato come un atleta alato dalla testa completamente rasata eccetto per un ciuffo sulla fronte. Per fermarlo occorreva afferrare il ciuffo al momento opportuno, perché poi non si sarebbe ripresentato mai più. A differenza di Crono, il tempo, che ha una natura quantitativa, Kairos ha una natura qualitativa. E’ il momento per agire, è il momento da afferrare, è quell’occasione che non viaggia sui binari del tempo. E’ la stazione sulla quale saltare dal treno in corsa. Quella stazione è l’ultima prima della Macedonia.

Sara adesso è lì.

Jacopo

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