Testimonianza di Sara

Occhi verdi e pelle scura, sorrisi contagiosi, piedi stremati ma pronti a ripartire, un bambino che tiene stretto a sè un aquilone.
“If you do good, God will help you” (detto da Gianni, pakistano con permesso di soggiorno che aiuta i rifugiati)
Venerdì mattina quando siamo arrivati a Belgrado ero già preparata a quello che mi aspettava, i miei amici mi avevano raccontato di come funzionava il servizio, delle condizioni in cui vivono i rifugiati e anche dei racconti che avevano ascoltato. Non è stato il primo impatto la cosa che mi ha colpito di più, nemmeno troppo la situazione degradante in cui vivono (un campo profughi non può essere rose e fiori giusto?), ma sono state proprio le persone, i sorrisi che ci regalavano, a volte spenti perché stremati dalla depressione e dalla noia, la cordialità con cui ci parlavano e chiedevano a noi come stavamo, come se davanti a loro potessimo lamentarci dell’acqua fredda dell’ostello o della polvere e sporcizia, e quegli occhi, a volte di un verde cristallino nei quali se ci provavi potevi intravedere le atrocità che hanno passato prima di arrivare a Belgrado. Non volevo entrare troppo sul personale e chiedere sul loro vissuto perché mi rendevo conto della fragilità della situazione e forse avevo paura di affezionarmi, ma alla fine è stato impossibile non venire toccati dalle loro storie.
C’era un ragazzo di 18 anni, come mio fratello, con un sorriso meraviglioso che illuminava chi aveva attorno. Era andato a scuola e i suoi fratelli sono stati all’università. Ci ha raccontato dei suoi viaggi per fuggire dall’Afghanistan, ha girato l’Europa per raggiungere la Scozia ma l’hanno sempre beccato e rimandato in Serbia, è stato anche in prigione in Ungheria solo per aver varcato il confine. In famiglia sono in 13 tra fratelli e sorelle e lui assieme ad un fratello che vive in Germania sostengono gli studi della sorella di 15 anni, altrimenti costretta ad abbandonare la scuola per sposarsi. Sorrideva, ci diceva che sarebbe arrivato in Scozia e che sarebbe tornato in Afghanistan dopo nove anni, quello era il suo piano. Sabato pomeriggio Riccardo l’ha intervistato per il suo documentario e lui non ha voluto che il suo volto venisse ripreso dalle telecamere, gli è stato chiesto come mai è scappato dall’Afghanistan e lui ha iniziato a raccontare.. ha avuto problemi con i talebani, diceva, avevano rapito il fratello e chiesto un riscatto altissimo, per fortuna è stato liberato due settimane fa, ma da quel momento ha capito che quello non era più un paese sicuro per lui e cercava un posto in cui un diciottenne potesse avere la libertà di sognare il proprio futuro. Sebbene non voleva che si vedesse nella ripresa, io vedevo il suo volto mentre raccontava, si era incupito e non sorrideva più, la voce gli tremava e si sfregava le mani nervoso. Finita l’intervista è tornato a sorridere e ci ha detto che quando sarebbe passato per l’Italia ci saremmo trovati a Venezia.
Asullah invece ha 10 anni, un bambino di quarta elementare. Era arrivato a piedi dall’Afghanistan con lo zio cinque giorni prima. Ha un viso dolcissimo e un sorriso tenero, parla l’inglese e ama giocare con il pallone. Di sicuro non dovrebbe essere uno dei problemi di un bambino il fatto di dover passare le frontiere per riuscire ad avere una vita normale, l’unica sua preoccupazione dovrebbe essere quella di giocare, imparare e, perché no, annoiarsi, come fanno i bambini di 10 anni da noi.
Le sensazioni sono state tante, l’odore da plastica bruciata pregnante, gli sguardi e le storie che hanno raccontato colpivano qualcosa che non saprei descrivere. Le nostre giornate sono passate velocemente, c’erano molte cose da fare ed eravamo sempre impegnati. Alla mattina distribuivamo la colazione alle 9:30 e quando arrivavamo con la macchina e il furgone carichi di frutta e biscotti loro erano già lì che ci aspettavano in fila. Un paio di ragazzi afghani ci hanno aiutati con la distribuzione e così facendo mangiavano meno degli altri. Per loro non sembrava troppo un problema, aiutavano e basta. Alla fine di ogni distribuzione li ringraziavamo per l’aiuto e loro sembravano non voler ricevere nemmeno quello, tanto erano grati a noi per quello che stavamo facendo. Finita la colazione, come anche al pomeriggio, alcuni di noi hanno pulito il campo assieme a dei volontari portoghesi, altri sono andati nella cucina di Hot Food Idomeni a pulire patate, pelare cipolle o aglio o semplicemente lavare le pentole. I momenti più arricchenti sono stati quelli in cui tenevamo l’ordine della fila durante la distribuzione dei pasti nei quali potevamo scambiare due parole con i rifugiati. Scarpe rotte, giubbotti troppo grandi e pantaloni di taglia troppo piccola. Con molti si scherzava, ti guardavano incuriositi e chiedevano da dove venivi. “I’m Italian” dicevo, e loro rispondevano “I will go to Italy!” e nel cuor mio speravo ce l’avrebbero fatta. Altri tentavano di saltare la fila, escogitavano tutti i modi possibili, arrivavano lì con nonchalance, oppure andavano a parlare con qualcuno in fila e poi si fermavano lì, cambiavano persino i vestiti per non farsi riconoscere! È stato veramente buffo, per loro era un po’ come un gioco che li distraeva e movimentava un po’ la loro giornata.
Domenica abbiamo costruito una rete da pallavolo e subito si è radunato un gruppo di persone che si è messo a giocare ancora prima che il lavoro fosse finito. Era una mattina fredda, ma è bastato un pallone e una rete blu per riscaldare le persone. Giocavamo in tantissimi, tutti assieme, pakistani, afghani e italiani. Alcuni di loro molto bravi giocavano veramente bene, la palla volava, cadeva a terra e si esultava, ci si dava il cinque e ci si abbracciava.
Quegli ultimi momenti al campo profughi di Belgrado sono stati preziosi, c’era un calore che andava oltre al vento freddo pungente di quella mattina. Siamo partiti sapendo di non aver fatto chissà cosa, due giorni e mezzo sono veramente pochi, ma abbiamo fatto il meglio che potevamo e allo stesso tempo abbiamo ricevuto tanto da loro, siamo stati contenti di averli lasciati mentre giocavano sorridenti. In quel momento, vedendo la palla che volava e i sorrisi che ci regalavano mentre ci salutavano, abbiamo capito che in quella mattina grigia avevamo lasciato loro un po’ di sole, con la speranza che se lo tenessero stretto e che potesse aiutarli lungo la strada.