Progetto Eko Camp

Nelle due settimane che abbiamo trascorso in Grecia, al confine con la macedonia vicino a Idomeni, abbiamo visitato tre campi liberi ed un campo governativo.
Il campo informale di Idomeni era già stato sgomberato nei giorni appena precedenti il nostro arrivo, di conseguenza l’aiuto che abbiamo potuto dare come volontari indipendenti si è rivolto principalmente alle propaggini di Eko, Hara e Bp.

Abbiamo constatato una sorta di boicottaggio da parte del governo/polizia greca al volontariato: dal chiedere il luogo di destinazione alle frontiere ad episodi di rimpatrio forzato di volontari che in aeroporto hanno dichiarato di volersi recare nei campi a prestare aiuto, piuttosto che il sequestro e € 10.000,00 di multa alla protezione civile italiana per mezzi considerati sovraccarichi di generi alimentari e di prima necessità da destinare ai vari campi.

Il campo più grande, Eko camp, allestito nell’area di servizio di una stazione di rifornimento sull’autostrada ospitava circa 1500 persone tutte per lo più di origine curdeo-siriane, il 40% bambini ma anche persone disabili, anziani e donne in gravidanza.
La zona distava vari kilometri dal centro abitato risultando molto difficile, se non con più di un ora di cammino, accedere ai servizi.
Fuori dal campo c’erano due auto della polizia che pattugliavano costantemente la zona anche se all’interno del campo non abbiamo mai percepito situazioni di tensione o di pericolo, anzi i profughi con i volontari sono molto ospitali, ti invitano ad entrare nelle loro tende per condividere un the o del cibo e fare quattro chiacchiere.
Ad Eko camp non era presente alcuna struttura e o servizio che potesse far presumere l investimento del governo greco dei soldi destinati dall’unione europea a questa emergenza umanitaria.
Le tende dove i profughi hanno vissuto per oltre tre mesi sono state fornite in parte dell’Uhcnr, ma per lo più consistevano in igloo di massimo tre posti con teli di fortuna contro la pioggia.
Il campo era gestito completamente da volontari indipendenti che con fondi privati sono riusciti a garantire quotidianamente la distribuzione dei pasti, alcuni generi alimentari freschi, l’acqua da bere, la pulizia del campo, la distribuzione del latte per i neonati, il the, gli spazi ricreativi per bambini, la scuola di inglese e l’assistenza sanitaria.
Alcuni profughi si sono organizzati per prepararsi il cibo fresco che ricevevano: ecco che una latta di olio motore ormai inutilizzato diventava un piccolo focolare domestico dove il fuoco veniva acceso con stracci, plastica e qualche pezzo di cartone.
Mancava completamente la parte della pulizia personale: nel campo non c’erano docce se non una, all’interno della stazione di servizio, ed a pagamento al costo di € 2,00.
Chi non aveva i soldi, ossia la maggior parte dei profughi, ha dovuto lavarsi per oltre tre mesi unicamente con acqua raccolta in bottiglie fatte scaldare al sole, o in bacinelle.
Al limite del campo c’era un piccolo fossato dove venivano fatte scaricare le acque bianche dei lavandini: un acquitrino maleodorante luogo ideale per topi ed insetti.
Un gruppo di volontari presenti un paio di volte alla settimana forniva informazioni circa il diritto al ricongiungimento familiare o la presentazione delle domande per il riconoscimento dello status di rifugiato, che rispetto, ed in evidente violazione della procedura prevista dalla convenzione di Dublino, risulta essere decisamente più complicata potendo avvenire solamente per mezzo di skype call a numeri di telefono diversi a seconda del paese di origine, e attivi per solo alcune ora al giorno, il più delle volte comunque risultati irraggiungibili.
Anche i campi di Hara e Bp sorgono lungo l’autostrada all’interno di stazioni di servizio ormai dismesse; abbiamo avuto occasione di trovarci lì più volte per aiutare il “Banana Team”, gruppo di volontari che ogni mattina distribuiva banane tenda per tenda a bambini e donne incinte.
Quello che abbiamo visto e sentito è andato ben oltre l’immaginazione di noi agiati ragazzi europei: innanzitutto le condizioni igieniche erano davvero al limite.
A Bp per esempio non c’erano servizi igienici ma solamente una piccola fila di lavandini con sopra uno specchio lercio posti all’esterno della stazione di servizio mentre ad Hara era presente un esiguo numero di nefandi bagni chimici, se messi in proporzione al numero di esseri umani lì viventi.
Situazione davvero disumana e disastrosa a fronte della quale molti migranti hanno preso la decisione di provare ad attraversare il confine a piedi.
Ci è rimasto impresso il racconto di due giovani ragazze siriane che, tentando di attraversare il confine a piedi e avendo come meta ultima la Germania, sono state fermate dalla polizia macedone la quale le ha lasciate tre giorni senza bere, mangiare e dormire per poi rispedirle in Grecia.
Questo è solo un esempio del trattamento che la civile Europa sta continuamente riservando a chi scappa da una guerra come i nostri amici migranti.
Nei campi mancava un’assistenza legale vera e propria con impossibilità di denunciare non solo il proprio status ma anche qualsiasi ingerenza o violenza della polizia.
Al momento del loro ingresso in Grecia i profughi sono stati schedati e fotosegnalati, i loro dati inseriti in luna “lettera di deportazione” sospesa per sei mesi, tempo concesso dal governo greco per rimanere su suolo europeo al termine del quale l’Europa avrebbe ridiscusso il loro destino.

I profughi una volta entrati in Grecia non hanno ricevuto da parte delle istituzioni alcuna informazione circa il diritto a ricongiungersi ai loro familiari già residenti in Europa, o per presentare la domanda di rifugiato, obbligandoli ad un limbo giuridico forzato dall’inerzia dei governi che non hanno saputo assicurare un’adeguata tutela dei diritti fondamentali ed inviolabili a persone che sono scappate dalla guerra che ha distrutto le loro case, le loro famiglie, il loro lavoro…in una parola la loro Vita.
Nessuna tutela nemmeno ai tanti minori non accompagnati giunti fin qui per avere un’infanzia ed una crescita migliore, e che hanno potuto contare unicamente sulla solidarietà di altri nuclei familiari che li hanno accolti come se fossero parte del loro.

I campi informali di Hara e Bp, come è successo a Idoemeni prima e a Eko camp poi, sono stati sgomberati senza alcun preavviso dalla polizia greca la quale ha provveduto reattivamente a deportare numerose persone smistandole nei campi militari.
In molti di questi l’accesso dei volontari indipendenti ed organizzati non è consentito rendendo difficilmente monitorabile la situazione dei migranti e provvedere ai loro bisogni primari.

Abbiamo visitato il campo governativo di Kalochori, improvvisato in un capannone dismesso nell’ area industriale di tessaloniki, quella Zona industriale che durante il periodo della crisi greca ha cessato di funzionare.
Kalachori si trova in un deserto di cemento e ferro. Un posto perfetto per abbandonare e per far dimenticare anziani, donne, uomini e bambini che sono scappati, persone che sperano in un futuro senza guerra e senza morte, persone come noi.
Superati i cancelli, e consegnati i documenti ai militari siamo fortunatamente entrati per accertarci delle condizioni.
Per i più fortunati una tenda allestita all’interno del capannone, riparta dall’ombra nei giorni di sole dove comunque il caldo è soffocante.
Più fortunati rispetto a chi è stato “parcheggiato” all’esterno del capannone e che durante le giornate di pioggia non potrà dormire su una coperta asciutta.
Nel campo di Kalochori è vietato l’utilizzo di fiamme libere. Fiamme che potrebbero dare un altro sapore ai pasti che vengono distribuito la mattina in un sacchetto, in cui è contenuto una brioches ed un succo di frutta per la colazione, una porzione di riso o pasta per pranzo ed un panino confezionato per cena.
Se hai fame stringi i denti e cerchi di arrivare fino alla mattina dopo. Se hai sete ti abbeveri in uno dei quindici lavandini messi a disposizione per te e altre 500 persone, vito che non viene consegnata
acqua in bottiglia.
I lavandini scaricano nel verde circostante ove l’acqua stagna, dove le zanzare proliferano.
Zanzare che durante la giornata non ti lasciano scampo.
Utilizzare una delle 16 docce potrebbe essere l’unico sollievo per la tua pelle martoriata dato che, al campo, non è presente alcuna postazione medica.
I Bambini sono abbandonati a loro stessi, passano le giornate rincorrendosi a piedi nudi sul cemento. Bambini a cui l’infanzia è stata negata. Com’è negata la dignità a tutti coloro che sono stati disumanante deportati e parcheggiati come scatoloni, qui a Kalochori.
In molti campi governativi manca l’acqua corrente e i servizi igienici sono al limite, il cibo, se garantito, è di infima qualità a volte avariato, e spesso le appartenenze etniche non sono rispettate con pericolo che si creino ulteriori momenti di tensione e talvolta di violenza

A fronte di questa situazione è più che doveroso porsi una questione fondamentale sul perché il governo greco, nonostante in termini di denaro abbia ricevuto dei fondi per la gestione dei migranti, stia faticando a garantire condizioni dignitose a migliaia di vite umane come invece hanno fatto, seppur nel loro piccolo, molti volontari indipendenti che autofinanziandosi e spendendo proprie energie sono riusciti a sopperire a queste mancanze di gestione e organizzazione.

Perchè i campi non ufficiali vengono sgombrati? Perché lo stato greco ha deciso di cancellare queste realtà?

L’Unione europea ha delegato alla Turchia la gestione del problema, in cambio di sei miliardi di euro – più la ripresa dei negoziati per l’adesione all’Ue, bloccati da decenni.
Con questa non trascurabile somma si potevano fare molte altre cose: predisporre un meccanismo generale di accoglienza al livello europeo; mettere in piedi reali e funzionanti corridoi umanitari per un numero di persone assai più elevato delle 72mila previste dall’accordo; creare le condizioni per un sistema virtuoso in cui s’investiva sull’inserimento dei profughi nella società.
Ma quelle sarebbero state scelte di lungimiranza, di un’entità politica con una chiara visione strategica.
L’Unione ha intrapreso una strada diversa, più miope e assai meno nobile: girare le spalle e pagare altri.
La stessa Unione europea che nasceva dopo la seconda guerra mondiale con tutti i più buoni propositi di pace e solidarietà, ma che nel 2016 con le proprie barriere e il proprio filo spinato sta miseramente fallendo e cadendo in un baratro di disumanità che non ci rappresenta e non vogliamo che ci rappresenti.
Fresca di questa mattina la notizia che la guardia di frontiera Turca ha aperto il fuoco contro una famiglia siriana che stava tentando di attraversare il confine per entrare in Turchia uccidendo 4 donne e due bambini.
Dall’inizio dell’anno, si ha notizia, della morte di quasi sessanta civili siriani, che cercavano di fuggire dalla Siria, uccisi dalle guardie di frontiera turche.
Certo è che l’Europa non ha scelto il partner miglior per tutelare i diritti dei migranti.

In seguito alla nostra permanenza in Grecia abbiamo capito l’importanza della creazione di una catena umanitaria per far fronte a questa crisi e della necessità di un ponte con lo scopo di informare la cittadinanza e risvegliare quella coscienza che ci fa riconoscere in un’umanità universale.

Non solo questa è la domanda che possiamo farci ma ce ne sono molte altre e sono sempre troppe in termini di politiche migratorie, accoglienza, frontiere, crisi umanitaria, violazione di diritti umani.